Mehdi, il nonno di Amir, ha 80 anni, ha fatto la rivoluzione islamica nel ’78, mai un cedimento: quattro decadi di fedeltà al Khomeinismo. Durante le proteste per Mahsa Amini, nel 2022, inveiva contro i manifestanti davanti alla tv, «rivoltosi e criminali», «vogliono rovinare il paese». Amir aveva smesso di palare con lui di politica. Due sere fa, invece della tv guardavano insieme i video sullo smartphone, il flusso delle proteste ad Abadan, Kermanshah, Teheran, Ilam. «Sono rimasto sbalordito», racconta Amir. «Diceva che la gente manifesta perché ha fame, e cos’altro potrebbe fare? Che della rivoluzione per cui lui ha combattuto non è rimasto nulla». Sono passati solo tre anni dal movimento Donna, Vita e Libertà, nonno Mehdi non ha tradito, ma «ha capito: il sistema è in un vicolo cieco, non è più in grado di dare un futuro all’Iran».
Repubblicani, democratici, laici, religiosi, musulmani moderati, nostalgici della monarchia, giovani cosmopoliti hanno una cosa in comune, «e forse solo quella», secondo Amir: «Vogliamo un cambiamento. Come? Ognuno ha le sue idee».
Da undici giorni le proteste innescate dall’inflazione e dal crollo del rial crescono e si espandono, portano in piazza richieste politiche di cambiamento, rivendicazioni economiche, esplodono nell’ovest curdo ma contagiano anche il nord e l’est — Bojnord, Gonabad — il sud, Bandar Abbas, Shiraz. Tornano nella capitale, Teheran. In gran parte si tratta di cortei pacifici, ma non mancano le violenze. L’agenzia di stampa Fars, vicina ai Pasdaran, riferisce di due morti e 30 feriti nel sud-ovest, a Lordegan, accusa «i rivoltosi di aver lanciato pietre contro le forze di sicurezza». Si contano già 27 vittime tra i manifestanti e almeno 3 tra gli agenti di polizia, gli arresti sono oltre 1.500, la repressione severa. «Rivoltosi e agitatori», scrivono i media governativi, ma il presidente Pezeshkian, che è stato eletto promettendo timide riforme e meno repressione, sa che la brace cova e ha le sue ragioni. Chiede alle forze dell’ordine di non «attaccare i manifestanti», se non costituiscono un problema per la sicurezza nazionale. «Coloro che portano armi da fuoco, coltelli e machete e attaccano stazioni di polizia e siti militari sono rivoltosi, e bisogna fare una distinzione tra manifestanti e rivoltosi», dichiara durante una riunione di governo. Testimoni dalle piazze di Teheran e Isfahan raccontano a Repubblica che la sicurezza è dispiegata ovunque, ma che il Sistema può essere, ed è stato, più brutale di così: non ha ancora schierato tutta la sua potenza. Pezeshkian non ha poteri reali sugli apparati di inteligence e sulla gestione delle piazze, ma prova a cercare una de-escalation. La portavoce del governo Fatemeh Mohajerani definisce i manifestanti «i nostri figli»: «Tutti i ministeri hanno ricevuto istruzioni di avviare un dialogo e perseguire le richieste del popolo». È la fazione più moderata del sistema, che invoca riforme contro la corruzione e dialogo con l’Occidente, ma ha le mani legate. L’altra, quella degli oltranzisti, dei radicali e dei pasdaran, che controlla i servizi, le armi, l’economia, mostra i muscoli.
Il presidente della Corte Suprema, Gholamhossein Mohseni Ejei, dice che dopo «gli annunci di Israele e del presidente degli Stati Uniti, non ci sono scuse per coloro che scendono in piazza per rivolte e disordini», d’ora in poi, «non ci sarà clemenza per chiunque aiuti il nemico contro la Repubblica Islamica».