Quando ho iniziato a lavorare davvero sugli strumenti, una delle prime cose che ho capito è che non esistono verità universali.

Legni, pickup, hardware, spessori, incollaggi: tutto funziona in relazione a qualcos’altro.

Due chitarre identiche sulla carta possono suonare e rispondere in modo completamente diverso (ma di questo te ne accorgi anche solo suonando e provandole in negozio). Non perché una delle due sia “difettosa”, ma perché il legno non è un componente industriale: è un materiale vivo, con tolleranze enormi.

In più, il settaggio è spesso (sempre) gran parte del suono. Due chitarre "uguali" ma settate diversamente suonano completamente in modo diverso.

La realtà è diversa da quello che ti fa credere il marketing: ogni intervento sposta un equilibrio. A volte basta "saper" girare una vite. Ed è qui che arriva la parte più importante: capire quando fermarsi. Non inseguire lo strumento perfetto, ma uno strumento che funziona per chi lo suona.

  • Mi capita spesso di vedere clienti con chitarre eccellenti, ma con settaggi davvero difficili da difendere, al di là della comodità personale, che è sacrosanta.

    Manici perfettamente dritti, con il truss rod tirato all’inverosimile.

    Action così basse da ritrovarsi le corde praticamente appoggiate sui tasti.

    Pickup regolati a un soffio dalla corda.

    E nodi sulle meccaniche degni di una barca a vela.

    Una chitarra, per suonare bene, deve respirare. E sì: deve, davvero.